Marchio Matteo

Matteo Carboni, professore e persona che ammiro molto per il suo carattere e lo spirito di iniziativa.

Con i suoi insegnamenti mi ha fatto apprezzare tutti quei lati della progettazione grafica che non reputavo così importanti, per questo motivo ho voluto dedicargli questa intervista e dare anche a voi la possibilità di conoscerlo.

Si presenti, ci racconti la sua storia, di cosa si occupa?

Mi chiamo Matteo Carboni, ho 43 anni, una moglie maestra, due bambini e un setter inglese.

Mi occupo di progettazione grafica da 20 anni, collaborando con aziende private ed enti pubblici. Sono socio professionista AIAP / Associazione italiana design della comunicazione visiva, e sono stato anche membro del consiglio direttivo dal 2009 al 2012. Al progetto grafico alterno docenze per workshop (Accademia di Belle Arti di Bologna, di Urbino, Naba di Milano, ecc.) ed eventi di progettazione partecipata.

Ho insegnato progetto grafico all’Accademia di Belle Arti di Bologna e “Basi di Progettazione Grafica” all’Università di Bologna – Scuola di Lettere e Beni Culturali.
Ora insegno “Il progetto dell’identità visiva” alla Fondazione Its per le Tecnologie dell’informazione e della Comunicazione (Fitstic) di Bologna.

Dal 2007 al 2009 ho ideato e curato insieme a Carlo Branzaglia la rassegna di incontri e conferenze dedicate al design }open source{ Parentesi Grafiche.  Nel 2010 ho organizzato con altri progettisti bolognesi DesignPer | settimana internazionale della grafica dove ho anche curato la mostra di Erberto Carboni e di Milton Glaser. Nel gennaio del 2011 insieme ad Housatonic ho aperto a Bologna in via Battindarno 159/2 il Design Network, un luogo di progetto e condivisione.

 

Qual è il percorso che l’ha portata a fare questo lavoro?

Ho avuto una formazione apparentemente distante da quella che poi sarebbe diventata la mia passione/professione. Dopo un diploma di liceo scientifico ho frequentato un corso di laurea in Geologia e la grafica era un passatempo.

Nel 1995, dopo avere fatto “per caso” il grafico durante il servizio civile nei musei di Palazzo dei Diamanti a Ferrara, decisi che il progetto e i musei sarebbero stati il mio lavoro. Tornato a Bologna trovai un corso professionale che in poco tempo mi diede i rudimenti e mi inserì nel circuito delle agenzie e degli studi di Bologna.

Iniziai come tirocinante, presto passai a dipendente, quando trovai il mio primo cliente nel 2001 (è ancora un cliente dello studio), mi sganciai come freelance fino ad aprire 2 anni dopo il primo studio (al quale ne sono seguiti altri, in altri luoghi e con altre persone). Nel 2010, dopo un master in Brand territoriale ho deciso di dedicarmi prevalentemente ai sistemi di identità, soprattutto per il settore della cultura e del territorio e per sviluppare questo percorso ho aperto nel gennaio 2011 Un Altro Studio.

Da che cosa nasce il nome del suo studio?

Un Altro Studio nasce il 1/1/11 dalla volontà di organizzare un gruppo di lavoro fluido per indagare un altro™ modo di progettare: non più “per” le persone ma “con” le persone, facendo maggiormente leva sulla condivisione e la partecipazione.

Che cos’è UAS?

UAS è un altro luogo, non solamente fisico, multidisciplinare, di incontro e di scambio di conoscenza, dove si incrociano competenze, caratteri, attitudini e passioni. UAS sono persone che che si occupano di comunicazione visiva e pensano ad un progetto utile, centrato sull’utente, che identifichi, riduca i problemi e crei nuove possibilità. UAS vuole diventare anche un punto di incontro e di confronto, per questo di frequente apre le porte e alterna esposizioni, incontri e momenti di formazione. Occasioni in cui il progetto incontra se stesso e il suo pubblico, per indagare le relazioni tra chi lo costruisce e chi lo utilizzerà, partendo dal presupposto che “c’è sempre un altro modo di fare le cose…” (Bruno Munari)

Quali sono i suoi clienti e perché ha fatto questa scelta?

La scelta di spostare tutto lo studio verso clienti pubblici è stata abbastanza naturale. Il nostro lavoro è molto connesso alla personalità e alle attitudini di chi lo porta avanti. In studio abbiamo tutti un naturale interesse verso il luoghi di cultura (musei, teatri, biblioteche, ecc…) e ci siamo accorti che nutrire un forte interesse verso i nostri potenziali interlocutori ci permetteva di essere più preparati e di conseguenza di entrare meglio in relazione con loro. Tutto il nostro modo di progettare si basa sulle relazioni umane.

Cosa l’ha spinta a diventare insegnante, cosa consiglia ai ragazzi che desiderano diventare grafici?

Amare fortemente quello che si fa, porta inevitabilmente a volerlo condividere. Non c’è modo migliore di crescere per un professionista che cimentarsi nell’insegnamento. Insegnare è condividere e crescere per tutte le persone coinvolte, che siano discenti o docenti. Sostanzialmente insegno per imparare ancora. Agli aspiranti grafici consiglio di essere interessati al mondo e alle persone, di entrare in relazione con loro e di imparare a guardare e ad ascoltare. Il resto viene da sè.

Come cambierà il modo di comunicare tra le persone con tutte queste nuove tecnologie che stanno nascendo. Quale pensa sia un buon modo per essere pronti ad affrontare questo cambiamento?

Preferisco non entrare nello specifico delle nuove tecnologie, ne apprezzo l’utilità ma non la costante rincorsa. Ho un approccio al progetto più umanistico che scientifico e tendo a considerare tutte le tecnologie come uno strumento e mai come un fine. Rispetto al cambiamento in generale, credo che l’unico modo di relazionarsi ad esso sia con tutti i sensi attivi e con una buona dose di senso critico.

Hai trovato interessante l’intervista? Lascia un commento 🙂

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